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Un libro aperto

Novembre 23, 2007

Io, che spesso mi considero una persona piuttosto complicata e difficile da capire anche a me stessa, in questi ultimi giorni sto facendo sogni dalla semplicità interpretativa quasi imbarazzante.

L’altra notte camminavo per le strade di Roma a qualche giorno dalla fine di una guerra, e i marciapiedi e le vie -deserte – erano un tappeto di cadaveri. Ce n’erano così tanti che bisognava scavalcarli per riuscire ad andare avanti. Poi ho incontrato dei tizi che stavano ricostruendo muri e palazzi e, guardando bene, mi sono accorta che stavano costruendo sui corpi. Dai muri ancora aperti si intravedevano mani e piedi e, terrorizzata, ho chiesto ad un uomo se per caso fossero impazziti a tirare su palazzi sui cadaveri della gente. Lui, sereno, mi risponde che ce ne sono talmente tanti che nessuno ci farà caso, che nessuno cercherà mai queste persone perché, in fin dei conti, sono morti quasi tutti. Con le lacrime agli occhi gli chiedo chi mai vorrebbe vivere in una casa del genere, e lui, sempre serafico, mi dice che quando non ci sono alternative si vive anche in posti come quello.

Ieri notte, invece, stavo accompagnando un bambino a scuola e lo tenevo per mano. Mentre attraversiamo la strada, arriva un’auto bianca che mi colpisce facendomi cadere a terra. Mi rialzo arrabbiata, pronta ad inveire contro il conducente, quando vedo un mucchietto di persone avvicinarsi a quello che è ormai il mio cadavere rimasto immobile a terra. Capisco d’essere morta e ho qualche momento di confusione. Poi decido che devo correre a casa per dirlo a mia madre, per dirle che sto bene anche se non sono più viva. Arrivo nel palazzo e lo trovo chiuso, i vicini sanno già della notizia e parlottano di me e della disgrazia. Cerco di entrare gridando il mio nome, ma non mi sente nessuno. Poi, in qualche modo che non ricordo, riesco a salire e trovo mia madre in camera sul suo letto che piange e si dispera. Cerco di parlarle per tranquillizzarla, ma io stessa non sento la mia voce, pur urlando con quanto fiato ho in gola.

Penso e ripenso a questi e altri sogni da un paio di giorni, ogni volta trovando un particolare nuovo, ogni volta decifrando un simbolo apparentemente insignificante. Trovo che siano uno specchio incredibilmente preciso delle mie emozioni di questi giorni, e non sono certo i miei studi interrotti di psicologia a darmi la facilità d’interpretazione. Trovo questi sogni talmente facili da capire che mi sembra d’aver letto una pagina di me stessa che prima non riuscivo a conoscere. È una strana sensazione.

E no, non ho mangiato la peperonata per cena! :D

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Protetto: Pensieri e Parole

Novembre 20, 2007

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Protetto: Sette anni dopo

Ottobre 28, 2007

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Protetto: E poi?

Ottobre 18, 2007

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Protetto: Alla fine

Ottobre 5, 2007

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Neuer Wein

Ottobre 2, 2007

Lo so che l’ho detto in altre stagioni e in altre occasioni, ma se avete in programma una visita in questa regione della Germania, questo è decisamente uno dei periodi più adatti. L’autunno in queste zone è sorprendente. Una collana di tonalità dal verde al rosso che toglie il fiato per quanto è bella, temperature (quasi sempre) piacevoli e ricorrenze da non perdere.

Da queste parti, infatti, c’è la più grande produzione vinicola tedesca. Ho già parlato in passato della Renania-Palatinato, della Weinstrasse e dei magnifici paesi che la compongono. Domenica ci siamo andati per una mini-mini-fuga e per una delle tappe finali della mia “germanizzazione”, come la chiama Sean. Siamo infatti nel culmine della vendemmia, e da qualche settimana si assiste al trionfo del Neuer Wein und Zwiebelkuchen. No, non si tratta di vino novello, come può far pensare il nome, ma di mosto. Dolce, gradevole, lievemente frizzante, in questa zona si trova – giuro! – ad ogni angolo della strada. Abbinato all’immancabile Zwiebelkuchen, la famigerata torta di cipolle.

neuerwein.jpgDice: che c’è nella torta di cipolle? Cipolle, naturalmente. Tantissime cipolle. E grassi saturi in quantità industriale, tipo pancetta, panna acida, burro, margarina. Purtroppo (per fortuna) il posticino dove ci siamo fermati noi ieri l’aveva terminata, la cipoll-torta. Così il mio processo di germanizzazione si è interrotto a metà. Però ho rimediato con la validissima alternativa del caso: Flammkuchen (nella foto). Nel senso che se di grassi saturi devo rimpinzarmi, fatemelo fare almeno con dignità e gusto e soprattutto senza appestare il vicinato di fiatella alle cipolle!

Un pasto del genere, in un ambiente che più tedesco di così lo trovate solo in Baviera, vi costerà intorno ai 7 euro. L’atmosfera è allegra, la gente del luogo vi saluterà per la strada e vi chiederà di dove siete, come si confà a tutti i piccoli paesi del globo. Sì sì, perfino in Germania. I paesi poi sono carini, con le tradizionali case con le travi a vista, i vicoli in salita (mai in discesa, pare!!!), allegre finestre e balconi che traboccano fiori e il profumo di mosto che avvolge tutto, ma proprio tutto.

Se poi, dopo cipolle e grassi saturi vari, avete voglia di fare due passi, potreste infilarvi in una delle tante foreste e boschi di castagni che circondano la zona. Se le castagne vi piacciono, non dimenticate di portare con voi cestini o sacchetti di plastica, perché qui ne troverete a tonnellate, non esagero.

Insomma, consigliatissima per un fine settimana alternativo, la Weinstrasse è a pochi chilometri sia da Stoccarda che da Francoforte. Ma anche da Karlsruhe, giusto per citare gli aeroporti più vicini. Romantica al punto giusto (fatta eccezione per la torta di cipolle, naturalmente!), ideale in questo periodo dell’anno. Ma probabilmente anche per i mercatini di Natale non è da buttar via!

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Per il mio compleanno

Ottobre 1, 2007

Per il mio compleanno vorrei:

  • Il profiteroles più grande mai esistito. Con la crema, il cioccolato e i ciuffetti di panna regolamentari. Sulle candeline posso soprassedere, ché per quanto grande sia, son sempre trentaquattro!
  • Un biglietto aereo con destinazione a sorpresa. Meglio se per il Canada ma, davvero, non sto lì a guardare il particolare.
  • Svegliarmi domattina di 10 cm più alta.
  • Svegliarmi domattina da non fumatrice.
  • Tornare indietro nel tempo di 7 anni. Mi accontento di poco, io.
  • Avere il dono dell’ubiquità. O, ugualmente apprezzato, un apparecchio per il teletrasporto.
  • Un’ultima sera con mio nonno. Per dirgli chi sono e cosa sogno oggi. E per sentire ancora una volta il profumo del suo dopobarba, toccare la stoffa della sua giacca.
  • Battere il record del mondo dei 100m rana.
  • Debellare le odiate lentiggini.
  • Vedere una foto scattata da me sulla copertina del National Geographic. Anche senza compenso, ci mancherebbe che mi attacco a queste piccolezze materiali!
  • Avere le tette più piccole di una taglia. Eh, lo so, chi ha il pane non ha i denti, ma che ci vogliamo fare?
  • Essere in Patagonia a scattare foto e a scrivere un diario di viaggio.
  • Vincere il superenalotto. Quello italiano, però, che è più sostanzioso.
  • Un mazzo gigante di margherite bianche.
  • Sapere per quale motivo il mio ciambellone non è come quello di mia nonna e, soprattutto, perché non cresce a dovere: cos’è che vuole? Più lievito? Meno lievito?
  • Che la confusione che mi annebbia la mente da un anno a questa parte si diradasse e lasciasse entrare un po’ di sole. Perché davvero non ne posso più di tutti questi sbalzi d’umore.

Adesso poi vado a scovare chi si è permesso di manomettere il calendario. Perché io semplicemente mi rifiuto di credere che sia già passato un anno dall’ultima volta che ho soffiato sulle candeline.

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Cielo grigio su, foglie gialle giù

Settembre 18, 2007

Sono viva, sono viva. In realtà va tutto splendidamente, è solo che ogni volta che mi siedo davanti a questo spazio bianco e cerco di raccogliere le idee, quelle, invece di raggrupparsi e lasciarsi afferrare, si sparpagliano senza un filo logico, e poi a me non va di andarle a cercare.

Sono giorni un po’ confusi, alterno momenti di insolito e raggiante buonumore a momenti di panico allo stato puro. Nell’insieme, però, mi sento felice. Non ricordo l’ultima volta che mi sono sentita così felice.
Le ultime settimane mi hanno regalato sogni nuovi di cui avevo un gran bisogno. E nuovi battiti d’ali mi stanno facendo salire ancora più su, in alto, mettendo sempre più spazio tra me e la terra, dove i miei piedi toccano già così di rado, anche senza ali. Insomma, sempre più incoerente e sempre più irrazionale. Quando finalmente mi deciderò a crescere ve lo farò sapere, non dubitate. E’ che per adesso non ne ho proprio voglia, si sta talmente bene qui. E poi mancano solo un paio di giorni all’autunno, cosa potrei desiderare di più? Queste foglie gialle e la pioggia di oggi mi mettono un tale buonumore, l’idea di tutti questi mesi freddi che mi aspettano mi fanno venir voglia di sdraiarmi sotto un piumone e lasciarmi coccolare dai pensieri e dai ricordi: un buon libro e una tazza di tè, qualche dolcetto alla cannella e il gioco è fatto. Quando si comincia? :)

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Blumen? Sì, grazie!

Agosto 31, 2007

blumen.jpg Spesso, guidando sulle strade statali, mi capita di vedere questi cartelli: Blumen – selbst schneiden, selbst bezahlen. “Fiori da recidere e pagare da sé”. Non mi ero mai fermata, ma mi ero sempre chiesta come funzionasse la cosa, e finalmente domenica ho soddisfatto la mia curiosità. Piuttosto ovvio, certo, visto che non sono altro che dei campi coltivati a fiori nei quali si può andare, prendere in prestito l’apposito coltellino appeso all’apposita catenella (nella foto, vicino alle frecce), recidere il numero di fiori desiderato, tornare all’ingresso e pagare il dovuto inserendo i soldi nel contenitore (nella foto, sempre dove indicato dalle frecce!). In questo caso il campo era coltivato a gladioli (Gladiolen – ma allora ha ragione mio padre che per parlare tedesco basta aggiungere un -EN alla fine di ogni parola?) e girasoli, 60 centesimi al pezzo, un prezzo decisamente onesto. Non fa una piega.

Nella mia bieca mentalità italiana, però, che di tanto in tanto fatica a restarsene a cuccia, non mi appariva troppo chiaro il “Selbst bezahlen”, il pagare da sé. Perché questi campi sono aperti al pubblico giorno e notte, e non c’è nessuno a controllare che i fiori vengano effettivamente pagati. Così chiedo a Sean: “Quindi, volendo, chiunque può venir qui, prendersi i fiori e andarsene senza pagare! È rischioso!”. E lui, con la solita espressione che gli viene sulla faccia quando la mia italianità mi fa aprire la bocca dandole fiato, mi risponde: “Scherzi, è disonesto! Se fosse così non ci sarebbero più i campi di fiori!”.

Naturalmente è come dice lui, e giuro che nemmeno per un secondo ho pensato di poter andare via senza aver pagato. Però mi sono detta: magari esistono anche in Italia cose del genere, magari sono io che non le ho mai viste. Ho cercato di immaginare tutto questo sul suolo italiano, e la mia mente si è quasi rifiutata di farlo. Mi sembra perfino d’averla sentita ridere di me, la mia mente. Del resto, come darle torto? Tanto per cominciare, quei due coltellini da prendere in prestito sparirebbero misteriosamente nel giro di 24 ore. E poi ve lo immaginate il vuoto spaventoso che riecheggia nella cassa? Naaa, niente fioristi fai-da-te in Italia! E che nessuno provi a dirmi che non sarebbe così. Ché fiduciosi va bene, ma visionari no!

Dice: ma possibile, però, che i tedeschi siano tutti così disgustosamente onesti? Certo che no, non si può mica fare di tutta l’erba un fascio, né di tutti i fiori un mazzo, come in questo caso! Infatti il monito campeggia minaccioso proprio sul cartello all’ingresso: Nur bezhalte Blumen bringen Freu(n)den, che con un gioco di parole avvisa che solo i fiori pagati portano amici e felicità.

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Come mi sento oggi

Agosto 26, 2007

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, il colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

Pablo Neruda