Archive for settembre 2006

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Messaggio

settembre 25, 2006

Sono un po’ incasinata. La casa, i piccoli lavori da fare, la mente un po’ annebbiata da qualche simpatica nuvola, debolezza.

Poca voglia di scrivere, anche, ma di sicuro durerà poco. La canzone che lascio è Circle, di Edie Brickell, tratta da ” Shooting Rubberbands at the stars”, uno degli album più belli che abbia mai comprato. Parla di un amico speciale.

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The Bright Side of Life

settembre 22, 2006

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Ieri il meccanico ci ha restituito la macchina e siamo andati a comprare dei materiali che ci servono per lavorare nel nuovo appartamento. Purtroppo a metà strada la macchina ha ricominciato a dare problemi; siamo arrivati fino a casa della suocera #1 (di strada verso il magazzino che dovevamo raggiungere) dopodiché non ripartiva più. Abbiamo deciso di aspettare un’oretta prima di riprovare a metterla in moto e, nel frattempo, ci siamo fatti un giro per un parco che era lì vicino. Il parco si è rivelato essere un piccolo bosco di castagni e io ne ho approfittato per ribaltare un’altra giornata pessima in qualcosa di vagamente positivo! Ho letteralmente riempito la borsa di castagne e di ricci, con un sorriso cretino stampato sulla faccia; nelle orecchie, il suono allegro delle risate dei piccoli bimbi crucchini che giocavano nel parco. Il sole caldo, il fresco del bosco, il riflesso del cielo terso sulla superficie del piccolo laghetto al centro del parco, i rovi pieni di more e di lamponi sui lati del sentiero: mi sono detta “ma chissenefrega della macchina, del trasloco, del meccanico, dell’idraulico, dei soldi”.

Continuo a stupirmi del mio insolito ottimismo, ma tant’è! Speriamo che duri.

Per la cronaca, a noi le castagne non piacciono, quindi le userò per una composizione autunnale da piazzare sul tavolo o sulla porta d’ingresso. Visto? Devo ancora spostare i mobili e già sistemo gli accessori!

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E’ l’ora X (e qualche minuto)

settembre 19, 2006

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Per la gioia di grandi e piccini, ecco il famoso bagno. Purtroppo non è ben visibile la deliziosa tonalità rosa antico della vasca da bagno, né la durezza mascolina della cabina doccia nera, modello cassa da morto verticale. Il tutto incorniciato dalle attualissime piastrelle marroncine in perfetto richiamo anni ’80, come detta la moda oggigiorno.

Domenica ci hanno consegnato le chiavi di casa ed è quindi scattata l’ora X. Vedere l’appartamento vuoto mi ha fatto un effetto diverso. Strano ma vero, vuoto appare più piccolo! E poi un pezzetto di carta da parati penzolante qui, una macchiolina di umidità là, il muro bucherellato dai chiodi dei quadri. Insomma, c’è da tirarsi su le maniche, ma non vedo l’ora di cominciare.

In assoluto rispetto della legge cosmica che recita “quando ti capitano, non capitano mai isolate”, ieri sera ci si è anche fermata la macchina. Ora riposa sotto casa di amici, in attesa del verdetto del meccanico. (A proposito: grazie Estelle, sei stata impagabile!). Il verdetto del meccanico si andrà poi ad aggiungere a quello dell’idraulico, del muratore e al già noto conto di 480 euretti per riparare un lato del terrazzo che ha pensato bene di creparsi proprio in questi giorni.

In preda ad un mio insolito ottimismo uscito fuori chissà da dove nella giornata Spermüll di ieri, mi saltano all’occhio anche i lati positivi dell’intera faccenda:

  • ci siamo finalmente liberati del divano dalle molle ballerine che ci accompagnava da anni. Indicativo della bruttezza del divano stesso, il fatto che sia stato uno dei pochi a non essere adottati dai robivecchi che ieri gremivano le strade del quartiere.
  • il famigerato tostapane modello “carbonizzato o non tostato – nessuna via di mezzo” ha da ieri una nuova casa da qualche parte in Romania.
  • stessa sorte per il microonde. Il nostro fido microonde, che sulla potenza massima scaldava ad una temperatura molto vicina al punto di fusione dell’acciaio, da oggi scalderà qualche piatto tipico rumeno, anziché le mie pennette all’arrabbiata. (Da notare che prima di portarlo giù in strada, l’ho pulito a specchio come mai prima d’ora perché volevo che trovasse una nuova, amorevole dimora!)
  • la panca costruita da Sean due anni fà e del tutto instabile non l’ha voluta nessuno, come il divano. Il poverino ha atteso l’intero pomeriggio affacciato al balcone sperando che qualcuno apprezzasse la sua (dubbia) abilità nel fai-da-te, ma senza successo. L’ho preso in giro per mesi sull’argomento “panca”, ma ieri ho davvero sperato che un’anima pia se ne innamorasse e la portasse via con sé.

Dunque ci siamo disfatti del vecchiume, ora si può iniziare il trasloco vero e proprio. Sono già stanca!

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    Adesso e per Sempre

    settembre 14, 2006

    Da che ho memoria, sono sempre stata affascinata da come le persone si conoscono, da come nasce un amore o un’amicizia. E da sempre torturo la gente con domande sull’argomento, “costringendola” a fornirmi anche i dettagli. Negli anni, ho sentito storie di tutti i tipi: curiose o banali, scontate o sconvolgenti, ma tutte comunque affascinanti. Fre tutte, la storia dei miei nonni è senza dubbio quella che mi ha toccato di più. E non perché sia speciale in sé, ma perché gli occhi lucidi e le mani tremanti di mio nonno mentre la raccontava, mi fanno battere il cuore ancora oggi.

    Mio nonno, falegname veneto appassionato di fotografia, si era trasferito a Roma a 17 anni per lavoro e abitava da solo nel quartiere San Paolo. Era uno scapolo convinto e alla veneranda età di 35 anni – una pecora nera, per quell’epoca – badava solamente a godersi la vita e si dilettava parecchio con gite fuori porta e banchetti con gli amici. Un giorno, un tale amico suo che abitava nel quartiere Montagnola, gli disse che quella sera avrebbe mandato da lui una persona per prendere la macchinetta fotografica che mio nonno gli aveva promesso in prestito. Quella sera d’estate, mentre aspettava sotto casa sua questa persona, mio nonno s’innamorò per la prima volta. La conosceva di vista, la vedeva passare di lì quasi tutte le sere, ma non ci aveva mai nemmeno parlato.

    La ragazza lavorava al quartiere San Paolo come infermiera e abitava alla Montagnola, non molto distante. Tutte le sere, tornando a casa, passava a piedi vicino al palazzo di mio nonno. Quella mattina, un tizio che conosceva le aveva chiesto se, tornando a casa, poteva fermarsi da un tale amico suo per prendere una macchinetta fotografica che aveva chiesto in prestito. Lei ci andò, incontrò l’amico del suo amico, e quella sera stessa s’innamorò.

    Mio nonno le consegnò la famosa macchinetta e poi le chiese se poteva accompagnarla a casa, ché di sera non è prudente per una ragazza tornare da sola. Da quella volta, l’accompagnò a casa per molte, molte sere e alla fine le chiese se voleva sposarlo. E lei voleva, naturalmente!

    In questo modo, una sera d’estate di moltissimi anni fà, nasceva una parte di me. Sono stati sposati per quasi mezzo secolo e ai miei occhi erano una coppia perfetta. Quando mio nonno mi raccontò la sua storia per la prima volta, aveva già oltre 90 anni, mentre lei era morta da qualche anno. Una sera, dopo la cena di Natale, gli chiesi come aveva conosciuto mia nonna. Lui cominciò a raccontare e tutta la famiglia rimase in silenzio. Un silenzio inusuale, quasi innaturale. Stranamente, nessuno lì conosceva la storia, nessuno – chissà perché – gli aveva mai fatto quella domanda. Io ero incantata dalle sue parole, dalle sue mani tremanti dall’emozione. Non posso dimenticare i suoi occhi mentre parlava di lei e di quella sera. Guardavano un punto lontano, un punto che io non vedrò mai. Era come se vedesse le immagini scorrergli davanti; parlava e sorrideva, fermandosi per qualche secondo. Non tanto per cercare le parole giuste, quanto, secondo me, per godersi le immagini di quei ricordi che sicuramente da un po’ non rispolverava.

    E adesso mi fermo, ché c’è un limite a quanto il mio cuore può battere forte. Buona serata a tutti.

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    Francamente, siamo tedeschi!

    settembre 11, 2006

    Dite sempre quel che pensate veramente? Non trovate che in alcuni casi sia impossibile, sconveniente o quantomeno maleducato essere onesti e sinceri? Io sono abbastanza sincera, ma spesso mi capita di dover indorare la pillola e usare, se non altro, termini più soft, più delicati. Ci giro intorno, insomma, per evitare di offendere qualcuno.

    In Germania questa mia accortezza non è apprezzata e si rivela spesso inutile. I tedeschi amano la sincerità, amano essere diretti al punto da sfiorare spesso, agli occhi di ignari italiani, perfino la maleducazione o la sfacciataggine.

    Esempi (presi da vita reale, sia chiaro!): esci con gli amici e ti infili un maglione a caso. In Italia, a meno di non avere estrema confidenza con le persone in questione, non ti sentirai mai dire con tono secco “questo maglione lo hai già messo altre due volte, uscendo con noi”. Panico! Che vuol dire, che mi metto sempre le stesse cose? No, solo che lo hai già messo altre due volte. Allo stesso modo, non ti sentirai mai dire da tua suocera “hai un brufolo sulla guancia” oppure “questa camicia ti sta male”, o peggio ancora “hai messo su un po’ di ciccia”. O almeno non in maniera tanto diretta. Perché in Italia solo tua madre può permettersi di farti simili appunti. Tua suocera NO! Certo, poi quante te ne diranno dietro le spalle! Ma in faccia no, non si dice!

    Ecco, io i primi tempi che stavo qui mi sentivo morire in occasioni simili. Non sapevo come reagire, non sapevo se offendermi a morte o buttarmi per terra a ridere. Ad un certo punto ho anche pensato di essere stata sfortunata e aver trovato solo gente maleducata, ma poi mi è stato spiegato che il tutto era assai normale. Perché mentire? Perché parlare alle spalle? Be’, ma per non offendere la sensibilità altrui, rispondevo io. Ma non è forse peggio che si parli alle spalle, senza avere la possibilità di controbattere?

    Insomma, ci ho pensato un po’ su e alla fine l’ho presa a ridere. Anche se, lo confesso, mi fa ancora effetto tutta questa piena franchezza. Per noi italiani è come ricevere uno schiaffo in faccia e poi doversi subito riprendere, facendo finta di niente. E comunque continuo a pensare che indorare la pillola non sia sbagliato. Ma le differenze culturali si vedono anche in queste cose all’apparenza insignificanti e credetemi, non sono sempre facili da scavalcare.

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    Agora, só me falta sair

    settembre 9, 2006

    Mi sento inquieta e ho voglia di partire. Ho voglia di viaggiare, fare la valigia e andare da qualche parte. Vicino, lontano, non ha importanza. In Brasile, in Messico, in Sud Africa. Sapori nuovi, profumi nuovi, fotografie da scattare e riguardare nelle giornate di pioggia. Russia, Nuova Zelanda, Giappone. Cartoline mai spedite, piedi doloranti, camere d’albergo. Madagascar, Canada, Finlandia. Un Cuba Libre a Cuba, uno Spring Roll a Pechino, del salmone in Norvegia. Nuova lingua da imparare – good morning, que tal, obrigada, pardon, tschüss. Il fido K-Way, la macchinetta fotografica, le adidas consumate all’inverosimile, i miei inseparabili jeans: non mi serve altro – datemi un biglietto aereo e fate di me una donna felice.

    (l’alcool ingerito non fa testo, fa testo – interpretandolo e riadattandolo – quel che c’è scritto qui di seguito)

    Já sei namorar
    Já sei beijar de língua
    Agora, só me resta sonhar
    Já sei onde ir
    Já sei onde ficar
    Agora, só me falta sair

    Não tenho paciência pra televisão
    Eu não sou audiência para a solidão

    Eu sou de ninguém
    Eu sou de todo mundo
    E todo mundo me quer bem
    Eu sou de ninguém
    Eu sou de todo mundo
    E todo mundo é meu também

    Já sei namorar
    Já sei chutar a bola
    Agora, só me falta ganhar
    Não tenho juiz
    Se você quer a vida em jogo
    Eu quero é ser feliz

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    Buoni, Buoni!

    settembre 6, 2006

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    Noto che in Germania c’è una diffusa e crescente simpatia per i buoni.

    Regalati, comprati o collezionati, i “Gutschein” ti danno la possibilità di risparmiare un bel po’ di soldi, o di fare un regalo magari impersonale, ma sicuramente più gradito al destinatario che non la solita cravatta!

    Dove? In moltissimi negozi, profumerie, grandi magazzini e perfino cinema, ristoranti e distributori di benzina. Ormai si trovano ovunque. Nella versione “regalo” hanno spesso l’aspetto di una carta di credito: si acquistano alla cassa in formati da 5, 10, 20, 50 euro e possono essere utilizzati senza limiti di tempo e non necessariamente tutti in una volta sola.

    Quelli che si vedono nella foto sono due esempi che ci ha regalato Lars: lo Schlemmerblock (Schlemmen vuol dire “gozzovigliare”!!) e anche dei buoni per il cinema. Il primo è una raccolta di Gutschein validi per moltissimi ristoranti della città. In poche parole, andando a mangiare in uno di questi posti, quello dei due che ha ordinato il pasto meno costoso non paga nulla. Noi ce l’abbiamo da mesi e mesi, ma non l’abbiamo ancora mai usato (perché tutti e due ci dimentichiamo sistematicamente!). Il Gutschein per il cinema, invece, stasera me lo voglio ricordare perché ho deciso che si va a vedere un film!